Omaggio

Omaggio

 di Giulia Maria Cioti

Liceo S. Filippo Lussana

Lo avevo visto sparire, dal nulla, senza poterlo vedere un’ultima volta, senza poterlo salutare.  Ora però, a distanza di ormai tre mesi dalla scomparsa, ricordo e ringrazio, perché capisco che la mia cecità può divenire bagliore, se guardo lui riflettersi all’interno di me.

Mi raccontava delle sue mille vite ed io, contemplando in silenzio, lo ascoltavo

Ricordo la bambina ch’ero a sette, otto, nove anni e ricordo lui, accanto a me, a crescermi pazientemente, distaccato ma immancabilmente presente. Era mio nonno, non mio padre, ma l’adorazione che avevo (e che ho tutt’ora) per lui era (ed è) illimitata; ogni parola da lui pronunziata era per me, prima bambina, poi adolescente, oro, tanto lucente da riuscir a colmare ogni mia ombra di timore. Egli aveva per me sempre ragione perché illuminato dall’esperienza, che solo il tempo fuggitivo gli aveva potuto dare in dono. Per anni ho potuto giovare della sua compagnia ed imparare, anche se passivamente, le più importanti fondamenta della vita. Al sopraggiungere di ogni imbrunire, seduti l’uno di fronte all’altra nel cucinino del suo appartamento, discorrevamo dei più disparati temi. Spaziavamo da argomenti rudemente definibili “frivoli”, come ad esempio quello della cucina, dove ci promettevamo di riproporre nuove ricette ai parenti non appena si sarebbe presentata una festività, ad altri argomenti invece più seri e personali, vissuti da lui in prima persona, tali la guerra, la povertà, la fame, la malattia, l’amicizia, l’amore.

Ogni anno, l’estate, nella casa dalle grandi vetrate sempre aperte, scorreva lenta, concedendomi di assaporare ogni attimo di tranquillità

Fu proprio un pomeriggio d’estate che si rivelò a me una veritĂ  fino ad allora celata, che mi avrebbe permesso di apprezzare la persona che era mio nonno ancor piĂą. Durante una delle nostre chiacchierate, infatti, mi raccontò della sua vita prima di divenire pensionato e nonno, di come dietro alla maschera di mellifluo anziano si fosse nascosto un tempo un severo “dirigente” – come diceva di venir chiamato. Investendo lui il ruolo di amministratore dell’intera fabbrica, pretendeva dai suoi collaboratori e dipendenti un rigore perfetto, giudicabile inaudito. Al contrario di come si potrebbe razionalmente pensare, però, risultava agli occhi della gente dotato di un’istintiva bontĂ . Dopo aver egli trascorso un’intera infanzia a raccogliere bossoli scarichi nei campi incolti, al fine di ricavare qualche sacco di gran in piĂą e di sfamare quindi i fratelli, non aveva esitato, non appena se ne era presentata l’occasione, ad assumere quanti piĂą uomini possibile nell’azienda, senza badare a requisiti, chiedendo in cambio solo serietĂ  ed impegno. In poco tempo il sistema si riempì di macchinari di ogni varietĂ  e grandezza, e gli operai brulicavano in ogni dove. Le mani inesperte premevano inizialmente ogni tasto, ogni sensore, ogni pedale, girando rotelle e manovelle. In poco tempo il duro lavoro di tutti ricompensò.

Il successo della fabbrica di ruote si segnò attorno all’anno 2000, contando più di 100 lavoratori. Poi, un precipitoso declino fece chiudere l’azienda, portando tutto ciò che era stato nell’oblio

Mio nonno se ne è andato qualche mese fa, nel periodo del Covid19, cadendo anche lui inevitabilmente nell’oblio. Per lui, come per gli altri defunti, nessun abito, non una camicia, non un pantalone. Per lui, nessuna candela ad illuminare il viso pallido, nessun corteo, nessun ultimo saluto; solo la terra. La sua scomparsa lo ha reso assente, ma al contempo, la pandemia lo ha reso presente, perché aleggia su di lui, come sugli altri, un velo di mistero.

Con questa lettera voglio ricordare mio nonno, dando a lui l’ultimo omaggio, meritato, mancato.

Grazie,

Giulia