Il Covid ci ha cambiato?

Il Covid ci ha cambiato?

 di Serena Fumagalli

Liceo S. Edoardo Amaldi

Come tante altre persone inizialmente pensavo che la situazione sarebbe cambiata, ovvero pensavo che ne saremmo usciti tutti con un bagaglio più ricco, più consapevoli del valore della vita e delle piccole cose apparentemente insignificanti che ci circondano

Il Covid-19, comunemente chiamato Coronavirus, è una malattia virale che ha avuto origine a Wuhan, in Cina. Esso si può  definire come un’ampia famiglia di virus respiratori che possono causare malattie da lievi a moderate, dal comune raffreddore a sindromi respiratorie come la MERS (sindrome respiratoria mediorientale) e la SARS (sindrome respiratoria acuta grave). Il termine “Coronavirus” deriva dalle punte a forma di corona presenti sulla loro superficie. Le teorie della sua origine sono diverse: si va dalle teorie naturali a quelle complottiste, a quelle di errori commessi in laboratorio.

Il covid-19 si è diffuso in maniera molto celere per via della globalizzazione, degli avanzati mezzi di trasporto e del menefreghismo dei governi, che hanno sottovalutato questo problema. L’Italia è stata uno dei primi al mondo per numero di contagi, soprattutto nella parte settentrionale, in particolare Lodi, Brescia, Mantova e la nostra amata Bergamo. In questo lungo periodo tutti gli italiani sono rimasti a casa e hanno dovuto rispettare misure molto restrittive e rigide del governo.

“E vissero felici e contenti” ?

E’ stato molto difficile abituarsi alla situazione, soprattutto per noi giovani. È come se la realtà si fosse trasformata in una fiaba incantata. Varrà anche nel nostro caso il lieto fine? sarà cambiato qualcosa, saremo diventati migliori, più consapevoli oppure proseguiremo le nostre vite dimenticandoci di questo periodo irreale? Io, come tante altre persone, inizialmente pensavo che la situazione sarebbe cambiata, ovvero pensavo che ne saremmo usciti tutti con un bagaglio più ricco, più consapevoli del valore della vita e delle piccole cose apparentemente insignificanti che ci circondano.

Il rischio di non ricordare

Ma la mia idea iniziale che tutti fossero cambiati è andata un po’ scemando vedendo i comportamenti di molta gente. Ora che la libertà è aumentata e c’è un ritorno alla normalità, tanto detestata prima del covid e tanto ricercata durante la quarantena, guardandomi attorno vedo sempre più gente che si comporta come se il virus fosse stato solo un brutto incubo da scacciare dalla memoria riaperti gli occhi.

È proprio osservandoli che mi ritornano alla mente le immagini dei carri dei militari che trasportavano i corpi dei nostri cari bergamaschi, le lacrime dei parenti che non hanno potuto dirgli addio, il viso di mia mamma con le lesioni della mascherina al ritorno dopo ore di lavoro estenuante.

“Per questo mi accorgo di quanta superficialità ci sia tra le persone”

Per questo mi accorgo di quanta superficialità ci sia tra le persone. Ragazzi che prima postavano su Instagram frasi strazianti, predicando il valore della vita, ora postano foto con amici, spesso senza mascherina. Una piccola parte di me giustifica questo loro atteggiamento come una risposta concreta nel ritornare a vivere come si è sempre vissuto, senza paura, ribadendo la necessità di tornare ad una vita “normale”. È pur vero che si dovrà ricominciare, ma per amore di sé stessi e delle persone con cui veniamo a contatto, dobbiamo rispettare le poche ma fondamentali regole che sono ancora in vigore.

Il tempo che ci ha dato la pandemia

A me, come ad altre persone, questa pandemia ha dato tempo: tempo per pensare, tempo per soffermarmi su piccoli particolari a me invisibili e che davo per scontati, tempo per capire il valore dell’amicizia e della famiglia, ma soprattutto tempo per vedere le priorità della vita.

“La solitudine diventa disumana quando si è deboli e malati”

La pandemia ci ha portato a capire il grande dolore tra noi, il nostro territorio è stato una frontiera dolente di una battaglia tra la vita e la morte. Uno degli aspetti che mi ha colpito di più è che la morte è un evento tremendo, ma morire da soli è devastante e questo lo è stato per molte persone. La solitudine diventa non umana quando si è deboli e malati.

Non si può rimanere indifferenti davanti a tanta sofferenza, non si può archiviare il dolore, ma questo deve diventare il fulcro di una visione rinnovata nel futuro. Non bisogna abbandonare le persone che hanno vissuto questa pandemia, ma bisogna dialogare con loro e cercare di cambiare i nostri piani e le priorità del passato.

Come può l’uomo rimanere indifferente e non cambiare?

Questo dolore purtroppo ha colpito il mondo intero in particolare, dove si vive con niente e si muore per niente, dove non ci sono cure, dove vengono meno anche i beni di prima necessità. Ora se a noi ha fatto tanto male, chissà alle persone povere e dimenticate! Il telegiornale di questi giorni ci mette davanti agli occhi la miseria nella miseria, la povertà nella povertà, dove fosse comuni sono l’ordine del giorno.

” In principio mi chiedevo come Dio potesse permettere tutto questo “

Si tratta forse di una punizione per il nostro vivere nella frenesia del fare e dell’avere? Io credo al contrario che ci accompagni nel dolore,  che ci tenga per mano. Forse proprio oggi possiamo trovarlo nel sorriso di un infermiere di fronte alla morte, nel volontario che va a fare la spesa a chi non può uscire, nel poliziotto che svolge bene il suo lavoro. Noi siamo Dio, noi siamo sua immagine e somiglianza e dobbiamo vivere l’amore che ci ha insegnato e trasmetterlo a chi ci sta vicino.

Il valore di un abbraccio

Un’altra cosa su cui mi ha aperto gli occhi questa pandemia è  il valore di un abbraccio, soprattutto nei momenti in cui si è talmente stressati da voler abbandonare tutto. Il contatto fisico crea sicurezza, pace e gioia.

Il tempo e la mancanza, quando una video-lezione non basta

Infine riguardo la scuola, mi sentivo inizialmente rilassata. Credo che tutti ci sentissimo così: si avevano meno compiti, meno ore di lezione e la possibilità di svegliarsi a un orario più decente, ma non capivo ciò che stava succedendo.

Con il passare delle settimane non era più possibile non sapere, non venire a conoscenza della drammaticità degli eventi e il mio entusiasmo si è tramutato in tristezza e forse un po’ di depressione: mi mancavano i miei amici, i miei compagni e pure i professori. Parlare, interagire in videochiamata è molto differente che farlo nella realtà, mancano le emozioni sia positive che negative, diventa tutto asettico.

Nella negatività di questo evento ho tratto molti insegnamenti che porterò nel mio cuore e applicherò nella vita di tutti i giorni. L’insegnamento più grande è che nei momenti più difficili, più disperati non bisogna mai perdere la speranza.

“La speranza non è ottimismo. La speranza non è la convinzione che ciò che stiamo facendo avrà successo. La speranza è la certezza che ciò che stiamo facendo ha un significato. Che abbia successo o meno”  Vaclav Havel

 

Serena Fumagalli